13 gennaio 2012
L’insostenibile leggerezza dell’Essere, Milan Kundera
09 gennaio 2012
Moby Dick, Herman Melville.
Moby Dick scritto nel 1851 rappresenta il vertice e il punto d’arrivo dello scrittore americano Herman Melville, nonché uno dei grandi classici della letteratura mondiale. Grandi classici: spesso un modo per catalogare opere che – fuori allenamento – risultano estremamente noiose, complesse, che rendono difficile voltare pagina. Grandi classici: le opere che hanno fatto storia. In questo caso sento di dover inserire il romanzo della balena bianca in entrambe le categorie. Per mia sensibilità.
Arrivati in fondo al libro si prova un’estrema soddisfazione per averlo portato a compimento – e l’impresa può essere ardua –, ma non se ne desidera un seguito, né un epilogo diverso: è compiuto, con tutti i pro e i contro del caso. Certo le ultime pagine raggiungono una verve epica ed estetica che si fissa nella mente e non parla, ma grida – tragicamente – al lettore, ma purtroppo non possono far dimenticare le ore spese sui lunghi (e più o meno interessanti) aneddoti nei quali l’autore concentra tutta la sua – e quella di altri, mi permetto di immaginare – esperienza nautica.
Due brevi osservazioni:
1) Tutti sappiamo che la storia è il resoconto di viaggio di Ishmael. “Call me Ishmael”, chiamatemi Ismaele, recita infatti il famoso incipit. Ishmael, Ismaele, è il primo di una lunga serie di riferimenti al testo sacro dei grandi monoteismi; in ottica cristiana, in particolare, all’antico testamento. Ismaele compare nel Genesi, capitolo 16. Figlio di Abramo e della schiava Agar, cacciato da Sara, moglie del patriarca, alla nascita di Isacco. Considerato progenitore degli arabi e per Paolo, nella lettera ai Galati, Ismaele è l’incarnazione e il simbolo di una vita obbligata, di una vita senza libera scelta. Perché parlare proprio di riferimenti biblici? Moby Dick è pieno di riferimenti alla religione e, lo sappiamo tutti, ogni chiave di lettura influenza la recezione integrale dell’opera. Per la mia sensibilità è stato estremamente curioso osservare come le vicende si snodino seguendo un filo conduttore basato sulla scelta dei nomi dei protagonisti, a partire dal narratore. Come dicono gli ebrei: “ogni nome è un destino”. Quindi, così come il narratore è sia l’Ishmael biblico che quello marinaresco, anche Achab è biblicamente – e prima di essere il capitano del Pequod - uno dei re d’Israele. Cogliere i riferimenti alla letteratura biblica è stato – conto mio - fondamentale per riuscire a portare a compimento l’impresa.
2) Di cosa narra Moby Dick? La trama la conosciamo tutti e farne un riassunto sarebbe inutile e fuori luogo. Gli avvenimenti “importanti” si concentrano nell’ultimo quarto del volume. Forse anche meno. Per il resto si hanno solo lunghe curiosità sulla vita di mare. Ciò che si trova di importante, sono le riflessioni che Ismaele, o chi per lui, compiono sul viaggio e su Achab. Alla luce di queste ci sono tante possibili interpretazioni che si possono dare alla storia. La si può considerare un romanzo gnoseologico, una ricerca di una pietra filosofale e una sfida prometeica agli dei (ricordo che alle superiori il tema di Prometeo andava forte. Effettivamente l’eroe greco è citato nel libro in due occasioni, ma solo la prima è riferita direttamente ad Achab – in un’“accidentale” riflessione di Starbuck. La seconda volta, invece, sarà Achab stesso a dare del Prometeo al fabbro della nave, autore di una “nuova gamba” e di un arpione per il suo capitano). Queste le macro interpretazioni che vanno per la maggiore. Ma, al di là di ciò, Moby Dick è anche un romanzo psicologico e un romanzo sulla morte. Sul desiderio, sulla libertà. Da un certo punto di vista Achab - con Icaro, Prometeo, e il Lucifero del Paradiso Perduto - è un eroe tragico: la balena non è soltanto una bestia, un demone da combattere e da vincere, ma è un archetipo dell’antagonista; dall’altro Achab è egli stesso un falso eroe. Tutto in relazione a ciò che noi cerchiamo in questo testo.
In definitiva il romanzo di Melville non è certo un libro d’ombrellone, ma può essere una lettura che – se avete intenzione di imbarcarvi a breve su una baleniera – è indispensabile compiere una volta nella vita. Non fosse altro che per quelle trenta pagine veramente epiche sparse qua e là per il romanzo.
Per me è un libro da 8.
03 gennaio 2012
Ripensare a “Misnobia”
08 maggio 2011
Epilessia da foglio elettronico.
Dai! Tutto ciò che è... razionale... soffre, ma non tutto ciò che soffre è razionale... Da ciò deduco che non tutto ciò che soffre è reale. No, non ci siamo. Già scrivi in bianco e nero, se ti metti a parlar sempre di sofferenza e delle cose che rendono la vita infelice siamo cotti. Poi non hai le qualità per storpiare Hegel. Riprova. Devo ancora decidere se farmi redentore o anticristo... Cavoli no, no, no! Il tema del soggetto è già stato affrontato troppe volte. Cambiamo, dai! La luna è crescente e il valzer vienn... Scherzi? Luna? Valzer viennese? Ti vuoi cimentare in improbabili poemi adesso? Gli uomini nascono per accidenti. Bah... Sentiamo. Pensate a quell'unico spermatozoo Y che ha fecondato l'ovul... Alt alt alt! No eh! Va bene la casualità della vita, ma ho già capito che tu arrivi all'aristocrazia. Artificio, dal latino artificium: uso dell'arte per ottenere fini determinati, quindi abilità, maes... Cosa?!? L'han detto l'altro ieri al seminario e la definizione è copiata spudoratamente dalla Treccani. Mi deludi, sai? Tutto è già stato... Citato. Devi averlo già scritto. Sì, ma direi che tutto è già stato citato, anche questo compreso. Che? “Anche questo” compreso. Poi si può fare il doppio giochetto sul “compreso”... Lascia perdere. L’uomo... Ecco che riattacca. No, no: pensavo solo di riportare qualche citazione sull’uomo. Tipo Vico, o “L’uomo è una scimmia impazzita”, “Grande miracolo è l’uomo!” e... “L’uomo è la somma dei suoi fallim...” Basta, pietà! Hai presente il buon umore? Ok. Ho letto il Calig... È buon umore? Caligola?!? A me è piaciu... E poi quanti potranno capirci qualcosa senza averlo letto? Poi sono io lo snob? Ma sentilo! Io son qua a dare una mano e lui... Va bene, va bene. Cosa dovrei scrivere? Non lo so. Non voglio dirti cosa devi fare. Sì, ma... Tieniti semplicemente lontano dal romanzesco, dalla filosofia, dalla noia del vivere - che hai rotto con queste tematiche sì variopinte – e dalle astrattezze linguistiche. Ce l’ho: l’olio? L’olio? Sì: olio. Mh? L'olio da cucina... Da quando t'intendi di cucina? Parlerei di fisica... Oh, Signore pietà! Io oggi nemmeno volevo scrivere. Noioso. La prossima volta faccio io, va’.
¬ Jiohannis.
(e Doppelgänger)
01 maggio 2011
Inezie.
Ricordo un “complimenti” emerso da una folla indistinta di persone e ricorderò a lungo un brutto fiore, ma offerto con interesse innocente. Impressioni ridicole e spontanee che hanno deciso, da un giorno all’altro, di acquistare importanza. Determinazioni inconsistenti, riemerse dagli abissi della memoria, mi ricordano quell’Occasione di essere e avere, perduta o mai avuta, che parlerà per sempre al posto mio. Senza mai darmi spiegazioni.
¬ Jiohannis.