13 gennaio 2012

L’insostenibile leggerezza dell’Essere, Milan Kundera

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Personalmente non sarei mai arrivato a leggere questo libro se non se ne parlasse così tanto all’interno dell’ambiente accademico. E anche se fosse… Non l’avrei letto se, in quarta di copertina, esso non fosse paragonato, ma poi mi correggo, alle Affinità elettive di Goethe. Mi correggo perché il commento di Pietro Citati – edizione Adelphi – recita: “quasi come nelle Affinità elettive si forma il perfetto quadrato delle affinità amorose”. Quasi-il perfetto quadrato. Ingannevole. Il libro, in breve, narra le vicende amorose di quattro persone. A differenza però del testo goethiano ogni personaggio gode di maggiore “autonomia”: l’autore efficacemente divide il libro in sezioni, ciascuna delle quali mira a dare il punto di vista di ogni personaggio.
 
I quattro protagonisti: Tomàs, Teresa, Franz (decisamente il più sopportabile!) e Sabina formano due coppie. Gli incroci tra queste sono rare: Tomàs, Teresa e Sabina si conoscono, ma le pagine dedicate al triangolo sono solo una cornice per delineare e approfondire gli aspetti della relazione tra Tomàs e Teresa. Sabina centra poco, o centra molto se si osserva la relazione con il più antipatico dei due maschietti come fine per tratteggiare la sua stessa personalità.
 
Sinceramente non è esattamente un libro che fa per me, nelle mie corde o adatto al mio gusto, ma sicuramente è piacevole e di facile lettura. Divertente è cercare di estrarre da ogni personaggio un archetipo, un tipo di personalità da far calzare, o entro la quale inserire, alcuni conoscenti. Almeno… Io penso di aver conosciuto un Franz, un paio di Teresa, forse un piccolo Tomàs in potenza e un incrocio tra Teresa e Sabina. Ma queste sono altre storie.
 
Piccola personale critica invece è alle parti più “filosofiche”, dove “filosofiche” lo metto tra virgolette. Da prendere con le pinze, ma miglior maestro potrà correggere anche me!, perciò non voglio mettermi a discutere con Kundera. Per lo più, laddove la filosofia è interpretazione, possono passare indisturbate, ma ciò non toglie che alcune letture mi fanno storcere il naso. Forse non tanto il Nietzsche, brutalmente in prima pagina, che è interessante: lettura dell’eterno ritorno come banco di prova per ogni vita; come eterno tornare di ogni attimo che, per quanto insignificante sia, se dovesse ripetersi infinite volte diverrebbe gravoso e, appunto, insostenibile. Meno interessanti le sviolinate su Parmenide, per esempio.
 
La parte che più merita un plauso, secondo me, è la terza, quella delle parole fraintese, che ben mostra come due persone diano significati, ma meglio “pesi”, diversi a determinate espressioni. Memorabile inoltre, nell’economia del libro, sull’onda dell’incipit, il più volte citato detto tedesco “Einmal ist Keinmal”, fare una cosa una volta… Non significa nulla.
 
Da leggere (non fosse altro che per il numero 1 della collana GLI ADELPHI). Non darò più voti numerici, ma personalmente lo trovo sopravvalutato.

09 gennaio 2012

Moby Dick, Herman Melville.

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Moby Dick scritto nel 1851 rappresenta il vertice e il punto d’arrivo dello scrittore americano Herman Melville, nonché uno dei grandi classici della letteratura mondiale. Grandi classici: spesso un modo per catalogare opere che – fuori allenamento – risultano estremamente noiose, complesse, che rendono difficile voltare pagina. Grandi classici: le opere che hanno fatto storia. In questo caso sento di dover inserire il romanzo della balena bianca in entrambe le categorie. Per mia sensibilità.

Arrivati in fondo al libro si prova un’estrema soddisfazione per averlo portato a compimento – e l’impresa può essere ardua –, ma non se ne desidera un seguito, né un epilogo diverso: è compiuto, con tutti i pro e i contro del caso. Certo le ultime pagine raggiungono una verve epica ed estetica che si fissa nella mente e non parla, ma grida – tragicamente – al lettore, ma purtroppo non possono far dimenticare le ore spese sui lunghi (e più o meno interessanti) aneddoti nei quali l’autore concentra tutta la sua – e quella di altri, mi permetto di immaginare – esperienza nautica.

Due brevi osservazioni:

1) Tutti sappiamo che la storia è il resoconto di viaggio di Ishmael. “Call me Ishmael”, chiamatemi Ismaele, recita infatti il famoso incipit. Ishmael, Ismaele, è il primo di una lunga serie di riferimenti al testo sacro dei grandi monoteismi; in ottica cristiana, in particolare, all’antico testamento. Ismaele compare nel Genesi, capitolo 16. Figlio di Abramo e della schiava Agar, cacciato da Sara, moglie del patriarca, alla nascita di Isacco. Considerato progenitore degli arabi e per Paolo, nella lettera ai Galati, Ismaele è l’incarnazione e il simbolo di una vita obbligata, di una vita senza libera scelta. Perché parlare proprio di riferimenti biblici? Moby Dick è pieno di riferimenti alla religione e, lo sappiamo tutti, ogni chiave di lettura influenza la recezione integrale dell’opera. Per la mia sensibilità è stato estremamente curioso osservare come le vicende si snodino seguendo un filo conduttore basato sulla scelta dei nomi dei protagonisti, a partire dal narratore. Come dicono gli ebrei: “ogni nome è un destino”. Quindi, così come il narratore è sia l’Ishmael biblico che quello marinaresco, anche Achab è biblicamente – e prima di essere il capitano del Pequod - uno dei re d’Israele. Cogliere i riferimenti alla letteratura biblica è stato – conto mio - fondamentale per riuscire a portare a compimento l’impresa. 

2) Di cosa narra Moby Dick? La trama la conosciamo tutti e farne un riassunto sarebbe inutile e fuori luogo. Gli avvenimenti “importanti” si concentrano nell’ultimo quarto del volume. Forse anche meno. Per il resto si hanno solo lunghe curiosità sulla vita di mare. Ciò che si trova di importante, sono le riflessioni che Ismaele, o chi per lui, compiono sul viaggio e su Achab. Alla luce di queste ci sono tante possibili interpretazioni che si possono dare alla storia. La si può considerare un romanzo gnoseologico, una ricerca di una pietra filosofale e una sfida prometeica agli dei (ricordo che alle superiori il tema di Prometeo andava forte. Effettivamente l’eroe greco è citato nel libro in due occasioni, ma solo la prima è riferita direttamente ad Achab – in un’“accidentale” riflessione di Starbuck. La seconda volta, invece, sarà Achab stesso a dare del Prometeo al fabbro della nave, autore di una “nuova gamba” e di un arpione per il suo capitano). Queste le macro interpretazioni che vanno per la maggiore. Ma, al di là di ciò, Moby Dick è anche un romanzo psicologico e un romanzo sulla morte. Sul desiderio, sulla libertà. Da un certo punto di vista Achab - con Icaro, Prometeo, e il Lucifero del Paradiso Perduto - è un eroe tragico: la balena non è soltanto una bestia, un demone da combattere e da vincere, ma è un archetipo dell’antagonista; dall’altro Achab è egli stesso un falso eroe. Tutto in relazione a ciò che noi cerchiamo in questo testo.

In definitiva il romanzo di Melville non è certo un libro d’ombrellone, ma può essere una lettura che – se avete intenzione di imbarcarvi a breve su una baleniera – è indispensabile compiere una volta nella vita. Non fosse altro che per quelle trenta pagine veramente epiche sparse qua e là per il romanzo.

Per me è un libro da 8.

03 gennaio 2012

Ripensare a “Misnobia”

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Prima o poi doveva accadere. Dovevo trovare il tempo di pensare a questo blog per ripensarlo. Era necessario da tempo; da quando ho finito la scorta di racconti e da quando non ho più voglia di disperdere le idee; da quando ho ripensato al web e da quando ho iniziato a fare un piano. Il Piano.
“Misnobia”: parola coniata da me. Avevo tanto in mente per questo termine, ma ho perso di vista il bersaglio. Un anno e mezzo fa, quando ho ri-aperto il blog, l’obiettivo era avere un palco e farlo durare: era la cosa più importante. Ce l’ha fatta, è durato: perché per me un anno e mezzo fa un record. Ma adesso, purtroppo, ciò non mi basta più. Nemmeno la scusa di un palco pubblico è più sufficiente. Voglio aria nuova, nuovo vento.
Questo blog deve finalmente servire, ne sono convinto, e per servire la prima cosa che è necessario trovare sono i contenuti. Ci ho pensato un po’, tra novembre e dicembre dell’anno appena trascorso, e penso che uno solo possa essere il filo rosso: i “contenuti” della mia vita. Cioè: quello che io trovo interessante deve finire sul blog e non tutto il resto come è stato fin ora. Ma una cosa simile, faccio professione di dilettantismo, io non l’ho mai fatta e non so come si faccia. Intendo azzardare dunque qualche tentativo: sulla filosofia, sulla letteratura, sulla storia e, più in generale, su tutto quello che riempie le mie giornate. Ciò che assorbe le mie brevi giornate. I libri sono la cosa che più mi dà preoccupazioni, mi verrebbe da dire, perciò perché non rendere partecipe il pubblico? Sempre meglio di qualche racconto senza capo ne coda, credo. Inoltre, ho l’azzardo d’immaginare, i temi dei grandi sono sempre stati le preoccupazioni dei piccoli, credo io, perciò possono essere più facilmente letti e – se tutto va bene – non solo letti. Fa tutto parte di un disegno più grande, dopotutto. Fa tutto parte del piano!
Per ora intendo dunque fare della sperimentazione; una fase uno – per così dire. Ridurre il blog ad un ammasso di informazioni sui libri che man mano leggerò, arricchiti da qualche commento e – se sfortunatamente accade – da qualche avventura quotidiana. Niente racconti che se ne vadano per conto proprio, niente che esca dal seminato, ogni cosa deve trovare un suo posto. Se deve proprio esserci creatività che essa sia ben giustificata: per servire il blog deve seguire me e ciò di cui io mi occupo. Si possa quindi ricominciare da qui. Possa riuscire a ripensare a “Misnobia” senza una sorta di doveroso impegno che proprio non desidero avere.
¬ Jiohannis.

08 maggio 2011

Epilessia da foglio elettronico.

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Dai! Tutto ciò che è... razionale... soffre, ma non tutto ciò che soffre è razionale... Da ciò deduco che non tutto ciò che soffre è reale. No, non ci siamo. Già scrivi in bianco e nero, se ti metti a parlar sempre di sofferenza e delle cose che rendono la vita infelice siamo cotti. Poi non hai le qualità per storpiare Hegel. Riprova. Devo ancora decidere se farmi redentore o anticristo... Cavoli no, no, no! Il tema del soggetto è già stato affrontato troppe volte. Cambiamo, dai! La luna è crescente e il valzer vienn... Scherzi? Luna? Valzer viennese? Ti vuoi cimentare in improbabili poemi adesso? Gli uomini nascono per accidenti. Bah... Sentiamo. Pensate a quell'unico spermatozoo Y che ha fecondato l'ovul... Alt alt alt! No eh! Va bene la casualità della vita, ma ho già capito che tu arrivi all'aristocrazia. Artificio, dal latino artificium: uso dell'arte per ottenere fini determinati, quindi abilità, maes... Cosa?!? L'han detto l'altro ieri al seminario e la definizione è copiata spudoratamente dalla Treccani. Mi deludi, sai? Tutto è già stato... Citato. Devi averlo già scritto. Sì, ma direi che tutto è già stato citato, anche questo compreso. Che? “Anche questo” compreso. Poi si può fare il doppio giochetto sul “compreso”... Lascia perdere.  L’uomo... Ecco che riattacca. No, no: pensavo solo di riportare qualche citazione sull’uomo. Tipo Vico, o “L’uomo è una scimmia impazzita”, “Grande miracolo è l’uomo!” e... “L’uomo è la somma dei suoi fallim...Basta, pietà! Hai presente il buon umore? Ok. Ho letto il Calig... È buon umore? Caligola?!? A me è piaciu... E poi quanti potranno capirci qualcosa senza averlo letto? Poi sono io lo snob? Ma sentilo! Io son qua a dare una mano e lui... Va bene, va bene. Cosa dovrei scrivere? Non lo so. Non voglio dirti cosa devi fare. Sì, ma... Tieniti semplicemente lontano dal romanzesco, dalla filosofia, dalla noia del vivere - che hai rotto con queste tematiche sì variopinte – e dalle astrattezze linguistiche. Ce l’ho: l’olio? L’olio? Sì: olio. Mh? L'olio da cucina... Da quando t'intendi di cucina? Parlerei di fisica... Oh, Signore pietà! Io oggi nemmeno volevo scrivere. Noioso. La prossima volta faccio io, va’.

¬ Jiohannis.
(e Doppelgänger)

01 maggio 2011

Inezie.

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Ricordo un “complimenti” emerso da una folla indistinta di persone e ricorderò a lungo un brutto fiore, ma offerto con interesse innocente. Impressioni ridicole e spontanee che hanno deciso, da un giorno all’altro, di acquistare importanza. Determinazioni inconsistenti, riemerse dagli abissi della memoria, mi ricordano quell’Occasione di essere e avere, perduta o mai avuta, che parlerà per sempre al posto mio. Senza mai darmi spiegazioni.

¬ Jiohannis.